22.6.11

Vicolo dell'acciaio

 

Vicolo dell'acciaio, una sorta di totem, un luogo di vita spicciola e di ordinaria follia e di morti eccellenti, tanto annunciate quanto inevitabili; in  realtà via Calabria, via Polibio con cui incrocia, via Vaccarella, via Maturi, un po' più in là...

Nel vicolo dell'acciaio quasi tutti gli uomini sono o dei "prima linea" o degli "imboscati", dei "polpa da ufficio" -come li chiama il Generale - del mostro d'acciaio che, nelle 260 pagine del libro,  verrà chiamato, il  novantacinque per cento delle volte, Italsider più che Ilva.
L'io narrante è un diciannovenne che dentro ha coscienza di essere un fuori_dalle_righe e che, invece, nella vita di tutti i giorni si lascia sopraffare nella consapevolezza di non avere abbastanza forza e volontà per opporsi agli eventi della vita. E, con questa rassegnata modalità, si lascerà sfuggire l'amore, arriverà a chiedere scusa ad un rivoltante individuo che aveva avuto il coraggio di minacciare con un machete e non riuscirà a dire nemmeno una volta al padre quanto gli voglia bene e ad abbracciarlo prima di vederlo sparire dalla sua vita.
I ragazzi, le ragazze, i capi(famiglia) e le femmine sono indicati o con soprannomi identificativi e talora onomatopeici o con numero e via d'appartenenza. Un via Calabria 75, una via Polibio 91 sono a pieno titolo appartenenti al vicolo dell'acciaio, mentre i via Alto Adige sono irrimediabilmente fuori.
E' un libro in cui il dolore è misto alla rassegnazione di un destino già tracciato per ognuno dei capi famiglia che lavorano all'Italsider. Un dolore visto dall'interno, vissuto con una sorta di grido che rimane afono; intravisto al di qua di sbarre che privano della libertà di andar via, di sfuggire ad un destino che sembra ineludibile.
Il linguaggio, ancora una volta, è quello che ci si aspetta da ragazzi di periferia, appartenenti a famiglie medio basse, farcito di dialetto, parolacce, ironia, scherno, modi di dire di una Taranto che esce tristemente uguale a se stessa, quasi sempre al peggio.
Si rimane incollati alla lettura. Si arrivano a percepire gli odori dei sughi di Santa Rita da Cascia, madre di Mino, della disperazione e di ferro arrostito della tuta verde del Generale suo padre - un "prima linea" apparentemente incrollabile, icona del quartiere - il puzzo di un ingrassato e lercio Derviscio Dòminik.
Si vedono distintamente la bellezza  di Isa, Miss Sudan e il suo vulcanico agire, le armoniose forme della dea condominiale sua madre, i cinque gechi stampati sul muro che bevono birra nell'afa estiva e che diventano quattro e tre e due, aspirati da destini infami, variati all'interno della stessa maledizione.
Nella dedica c'è già tutto il senso e il tono che prenderà corpo nelle pagine di Vicolo dell'acciaio: "ai fottuti". Un unico termine che racchiude mille significati. Una condanna senza remissione. Un'attesa a senso unico.

Consigliato da: Diario di una scrittrice

1 commento:

  1. Massimo Narducci22 giugno 2011 08:05

    Complimenti fate bene a pubblicizzare questi libri anche per sensibilizzare con gente che ha bisogno di noi e delle nostre idee mi permetto di aggiungere il libro INVISIBILI ACCIAIO E TRA PISTOLE E CIMINIERE alla prossima

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