11.6.11

Invisibili di Fulvio Colucci e Giuse Alemanno


Pubblicato da Pasquale Chirivì



Poi uno ci prende gusto, soprattutto se gli altri apprezzano. In questo caso si tratta di un libro, edito dallo stesso mio editore, del quale ringrazio sinceramente gli autori per averlo scritto, perché svela qualcosa che non sai se non a grandi linee e, soprattutto, uno spaccato di umanità quasi insospettabile.


C’è un posto in Paradiso dove ci trovi ancora oggi - provare per credere - delle anime in tuta da lavoro. Anime magari poco eteree e piuttosto “terra terra” in un posto dove chiunque ci arrivi lo fa sfoggiando l’abito della festa. Loro invece no, perché spesso son dovute partire all’improvviso, all’ultimo momento e in maniera inaspettata, e ci sono arrivate così come si trovavano, con quelle tute bisunte e quel vago sentore di grafite e olio motore addosso. Sembrano un po’ a disagio in un posto dove nessuno fa niente: tutto è a disposizione, basta allungare la mano; loro invece sono abituate a sudarsi ogni piccola cosa che posseggono. Spesso non sono molto acculturate, ma hanno un grande orgoglio che le sostiene e la forte consapevolezza di una comune appartenenza. Un orgoglio di classe, come era lecito dire qualche tempo fa.
È la mitica Classe Operaia, quella che una volta andava in Paradiso. Oggi ci sono pochissimi arrivi, e non perché di colpo siano venute a mancare le cause primarie di un “approvvigionamento” purtroppo ancora in atto, ma perché ormai nessuno si riconosce più in una definizione che sa di obsoleto sindacalismo sinistrorso anni Settanta. Il perché sia successo questo ce lo spiegano con grande rigore giornalistico e grande acume letterario Fulvio Colucci e Giuse Alemanno, coautori di Invisibili, vivere e morire all’Ilva di Taranto, un volumetto di 110 pagine edito da Kurumuny.
Consiglio vivamente la lettura di questo libro a chiunque, come me, abbia provato un senso di profondo disagio ogni volta che dal tacco dello Stivale abbia dovuto imboccare la via per la relativa punta, direzione Calabria, passando per quell’incavo dove, con suprema metafora, finiscono per accumularsi residui fangosi difficili da rimuovere senza l’intervento specifico di una spatola. Solo che l’Ilva non la rimuovi certo con una spatola, al contrario del fango accumulato sotto la tua scarpa.
Quale cittadino di questa terra d’olivi secolari e azzurro mare non ha avvertito un senso di straniamento e di inquietudine attraversando l’enorme corpo di quell’idra dalle cento teste fumanti? Chi non ha sentito l’impellenza di lasciarsi alle spalle quella cattedrale nel deserto il cui organo dalle mille canne d’acciaio non produce celestiali fughe di Bach ma miasmi che ti mettono in fuga? Il fatto è che l’impatto visivo dell’enorme agglomerato industriale di Taranto è totalizzante e toglie spazio a qualsiasi altra considerazione che non susciti un moto di repulsione. E così si finisce per dimenticare che una fabbrica, qualunque essa sia, è fatta per metà di macchine e per l’altra metà di uomini, essendo le prime completamente inutili senza la mente e la mano dell’uomo e i secondi completamente inadeguati senza le complesse strutture che lavorano la materia prima trasformandola in un prodotto finito. Un rapporto strettissimo, quindi, nel quale l’uomo ha tutto da guadagnarci e anche tutto da perdere. A chi verrebbe mai in mente, di fronte allo skyline irto di ciminiere, la benché minima riflessione sull’enorme impatto che l’Ilva ha sugli uomini che ci lavorano dentro piuttosto che sul territorio sul quale insiste? In realtà l’aspetto legato al forte inquinamento ambientale, con le drammatiche conseguenze che comporta, è sotto gli occhi di tutti ed è stato più e più volte affrontato e sviscerato, senza peraltro mai risolvere l’apparente ossimoro in carne e acciaio di un gigante che dispensa possibilità di lavoro e relativa prosperità da un lato, ma avvelena l’aria e danneggia la qualità della vita, quando non la vita stessa, dall’altro. Un ossimoro risolvibile o almeno riconducibile a proporzioni accettabili se solo le logiche che muovono le sfere decisionali non fossero strettamente correlate al profitto e tenessero conto dell’importanza sociale di un insediamento di così alto impatto. Ma degli uomini che ci lavorano dentro e dei loro destini chi se n’è mai occupato?         
Il pregio di questo libro sta proprio nel fatto che l’attenzione viene dirottata dalla fredda dimensione del gigantismo industriale e del suo rapporto col territorio alla più circoscritta ma non meno importante dimensione umana interna alla fabbrica. Questo libro parla di coloro che in quella fabbrica ci vivono, ci lavorano e ci muoiono anche; quelli che non vedi quando ci passi vicino in auto, l’invisibile umanità che dà un senso a ciò che altrimenti non ne avrebbe. E lo fa, attraverso Fulvio Colucci, con il piglio garbato ma risoluto di quel tipo di giornalista d’inchiesta che prende a cuore un problema di reale impatto sociale piuttosto che l’indispensabile reportage sull’abitudine dell’uomo moderno di depilarsi il petto, o sulle nuove modalità di gestione del dopo amplesso, non essendo più politicamente corretta la classica sigaretta post coito. Lo fa anche con il sapido umorismo connaturato alla prosa di Giuse Alemanno, che all’Ilva ci lavora da dieci anni e ne conosce dall’interno le dinamiche industriali e umane. Ognuno dei due autori cerca di dissipare quella coltre nebbiosa che avvolge la vita nell’ex stabilimento Italsider, cercando di metterne in luce, senza reticenze e senza indulgenze, i drammatici problemi di sicurezza e le tantissime vicende personali; spesso tragiche nel loro epilogo, quando il lavoratore non torna più a casa dopo l’orario di lavoro, e qualche volta a lieto fine, quando alcune figure come Nicola, metalmeccanico nei fatti e pescatore nell’anima, o tanti altri operai dalle mani che sanno di terra rifiutano di recidere il legame col territorio continuando ad andar per mare o a coltivare uliveti nel tempo e con le residue energie che la fabbrica lascia. È la figura del metalmezzadro, felice eufemismo coniato da Nino Aurora e Walter Tobagi, che sintetizza l’ambivalente rapporto col territorio che contraddistingue il tarantino. Non un libro di denuncia, questo, ma un documento molto interessante per capire come una categoria sociale possa diventare trasparente ai più, perdendo consapevolezza della propria forza e diventando “invisibile” in quanto ormai demodé. La classe operaia non va più in Paradiso.
Leggetelo questo libro, e da quel momento in poi sono sicuro che lo sguardo col quale guarderete al grande mostro fumante sarà uno sguardo capace di oltrepassare la cortina fumogena del pregiudizio per posarsi sui volti stanchi di chi vi combatte la sua personale battaglia per la vita.   

3 commenti:

  1. Ho letto il libro "Invisibili" di operai che diventano 'visibili' solo in quanto "morti bianche". Un elemento che mi ha colpito e che riscontro nella realtà è che tutto è circondato da un triste silenzio: gli operai dell'Ilva non raccontano nulla alle loro famiglie e continuano a lavorare nel silenzio...diventando trasparenti.

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  2. Antonio Delnegro13 giugno 2011 07:15

    Possibile che non si possa far nulla per migliorare la condizione di questi operai che chiamerei "metalmartiri" e degli stessi tarantini?

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  3. Massimo Narducci13 giugno 2011 07:16

    io lo già letto eho già dedicato il mio pensiero comunque qualcosa si può fare, bisogna comuicare

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